ADHD: quando non riconoscersi nei sintomi non basta

Negli ultimi anni si parla sempre di più di ADHD, anche nell’adulto. Questo ha permesso a molte persone di riconoscere difficoltà che per anni erano rimaste senza una spiegazione.

Allo stesso tempo, però, c’è un rischio: che l’ADHD venga trasformato in una lista di comportamenti nei quali, prima o poi, quasi tutti possiamo riconoscerci.

Ti distrai facilmente?
Procrastini?
Dimentichi spesso le cose?
Fai fatica a organizzarti?
Inizi molti progetti e ne porti a termine pochi?

Sono tutte esperienze che possono comparire nell’ADHD.

Ma non sono, di per sé, sufficienti per parlare di ADHD.

Il problema dei sintomi “che abbiamo tutti”

Uno degli aspetti più delicati della divulgazione sull’ADHD riguarda proprio questo.

Le difficoltà di attenzione, organizzazione e gestione delle attività quotidiane non appartengono esclusivamente all’ADHD. Possono comparire, in misura diversa, nella vita di moltissime persone.

Chiunque può dimenticare un appuntamento, rimandare un compito noioso, distrarsi durante una riunione o avere un periodo in cui si sente particolarmente disorganizzato.

Per questo, in una valutazione diagnostica, la domanda non è semplicemente:

“Ti succede?”

È necessario chiedersi anche quanto spesso succede, quanto è intenso, in quali situazioni si manifesta, da quanto tempo è presente e quale impatto ha sulla vita della persona.

Un sintomo non equivale a una diagnosi

Una difficoltà di concentrazione, per esempio, può avere origini molto diverse.

Può essere associata a stress, ansia, depressione, difficoltà del sonno o ad altre condizioni psicologiche e neuropsicologiche. In alcuni casi può coesistere con l’ADHD; in altri può rappresentare una spiegazione alternativa.

Questo è uno dei motivi per cui una valutazione non dovrebbe partire dalla ricerca di conferme.

Se una persona arriva pensando “Credo di avere l’ADHD”, il compito della valutazione non è semplicemente verificare quanti sintomi corrispondono alla descrizione dell'ADHD.

È anche necessario chiedersi:

“Che cosa può spiegare meglio queste difficoltà?”

Perché nell’adulto può essere difficile riconoscere l’ADHD?

Nell’adulto la situazione può essere ulteriormente complessa perché, nel corso degli anni, possono essersi sviluppate numerose strategie di compensazione.

Una persona può utilizzare continuamente agende, promemoria, liste, sveglie e routine molto rigide.

Può arrivare sempre preparata agli appuntamenti proprio perché teme di dimenticare qualcosa.

Può lavorare sotto pressione e utilizzare l’urgenza come principale motore per portare a termine le attività.

Può persino apparire estremamente organizzata agli occhi degli altri.

Ma ciò che vediamo dall'esterno non ci dice necessariamente quanta fatica sia necessaria per mantenere quel livello di funzionamento.

Per questo è importante non fermarsi all'apparenza del funzionamento attuale, ma ricostruire la storia della persona.

Il rischio opposto: vedere ADHD ovunque

La maggiore attenzione verso l'ADHD ha anche avuto un effetto positivo: alcune persone che in passato non avevano mai preso in considerazione questa possibilità oggi possono finalmente chiedersi se le proprie difficoltà meritino un approfondimento.

Ma la maggiore consapevolezza deve accompagnarsi anche alla cautela.

Se trasformiamo ogni esperienza comune in un possibile sintomo diagnostico, rischiamo di perdere proprio ciò che rende utile una diagnosi: la capacità di distinguere fenomeni diversi tra loro.

Procrastinare non significa necessariamente avere ADHD.
Essere disorganizzati non significa necessariamente avere ADHD.
Distrarsi non significa necessariamente avere ADHD.

Allo stesso modo, il fatto che una persona abbia imparato a compensare le proprie difficoltà non significa automaticamente che queste non esistano.

Cosa significa allora fare una valutazione?

Una valutazione dell'ADHD nell'adulto non consiste nel compilare un semplice elenco di sintomi.

È un percorso che prende in considerazione diversi elementi: la storia evolutiva, il funzionamento nei diversi contesti di vita, la presenza e la persistenza delle difficoltà, il loro impatto e le possibili diagnosi differenziali.

L'obiettivo non è trovare a tutti i costi un'etichetta.

È comprendere il funzionamento della persona nel modo più accurato possibile.

Perché una diagnosi può essere utile quando permette di dare un significato coerente a una storia e di individuare interventi realmente adeguati.

Riconoscersi può essere l'inizio, non la conclusione

I contenuti divulgativi possono essere utili per trovare parole nuove per esperienze che prima sembravano incomprensibili.

Riconoscersi in una descrizione può quindi essere un punto di partenza importante.

Ma dovrebbe rimanere una domanda:

“Potrebbe essere questo?”

La risposta richiede qualcosa di più di un elenco trovato online.

Richiede di guardare alla persona nella sua complessità, alla sua storia e al modo in cui quelle difficoltà si sono manifestate nel tempo.

Perché comprendere non significa semplicemente trovare un nome a ciò che viviamo.

Significa capire che cosa sta realmente succedendo.

 

Se ti rivedi in questo articolo e vorresti avere maggiori informazioni sul tuo funzionamento, contattami.

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